• Alessandro Vadalà

Condividendo il DO - Intervista al M° Maurizio Petito, Bujinkan Shihan 15° dan

Aggiornato il: apr 20





Sono contento per due ragioni. La prima è che apriamo ufficialmente l'appuntamento delle interviste a Maestri ed istruttori di Budo Taijutsu. La seconda è che iniziamo con una delle persone tra le più qualificate sul territorio italiano. Maurizio è un amico ancor prima che "collega" e dopo  anni di scambi sul tatami, allenamenti e anche qualche viaggio in Giappone, ci siamo trovati nella formula inedita di intervistatore ed intervistato per approfondire alcune tematiche fondamentali del Budo Taijutsu. Gioco di ruolo in cui ho avuto la conferma di quello che già sapevo: Maurizio è un budoka di spessore e in questa intervista si dimostra anche un ottimo comunicatore.Lo ringrazio inoltre perchè ha sottratto del tempo alle sue vacanze per fare questa intervista, dando il suo prezioso contributo all'avvio di questa sezione del blog.  Consiglio ai praticanti di qualsiasi livello e interessati alla disciplina di spendere 5 minuti per leggere le risposte di Maurizio, che sono tutt'altro che banali...... Ho aggiunto qualche nota per rendere maggiormente comprensibili alcuni dei termini e concetti da noi utilizzati durante questo scambio.... Maurizio insegna Napoli al Polifunzionale di Soccavo, Via Adriano, Napoli, il martedì ed il venerdì dalle 20.15 alle 21.45.Inoltre tiene anche dei corsi istruttori mensili anche per fuori sede. Tutte le info le potete trovare qua:

Alessandro: cominciamo con una domandina semplice semplice, Maurizio cos'è per te il Budo Taijutsu?

M° Petito: meno male che abbiamo detto semplice! ...un metodo, creato dal nostro amato Soke, per trasmettere gli insegnamenti di vita, attraverso il punto di vista delle arti marziali, con lo scopo di ottenere un miglioramento continuo di sè stessi...

Alessandro: beh te la sei cavata, in 3 righe hai dato una definizione notevole....quali sono seconto te i giovamenti che porta? quale è secondo te il valore aggiunto di questa disciplina?

M° Petito: la bellezza e la profondità degli insegnamenti trasmessi dal Soke sono fruibili da ciascuno secondo le proprie possibilità. C'è chi si accontenta di imparare un sistema di autodifesa, chi è affascinato dalla tradizione e dall'immagine dei guerrieri giapponesi e chi invece riesce ad ottenere una vera e propria rivoluzione nella propria vita, cambiando il modo di camminare, respirare, avvicinarsi agli altri e guardare la propria immagine riflessa allo specchio...ognuno ha le proprie capacità, un potenziale, poi il proprio spirito permette di affinare le proprie abilità secondo questo potenziale (Saino, Kon, ki).

Alessandro: ogni tua risposta vede citato Soke Hatsumi. Io e te siamo stati compagni di numerosi viaggi in Giappone.....qual è, secondo te, il feeling durante le lezioni di Sensei?

M° Petito: eh... vedi, ci sono tante persone che hanno avuto (ed hanno tuttora) la fortuna di aver instaurato con il Soke un rapporto complesso, attraverso gli anni, fatto di occasioni di apprendimento, lunghe discussioni, pranzi assieme, confronti da Maestro ad allievo, come ad esempio i nostri cari Giuseppe ed Aurelio Costa.... io non ho mai avuto l'onore, se non saltuariamente, di condividere con loro alcuni di questi momenti, al di là delle lezioni collettive all'Hombu dojo, ma in conclusione mi sono fatto una mia idea.Lui è sempre lì, tra alti e bassi, c'è per tutti, come una fontana da cui sgorga sempre conoscenza, di cose ce ne ha trasmesse negli anni, con i suoi libri, i suoi infiniti video ed attraverso le esperienze ed i racconti dei nostri maestri. Noi siamo tutti immagini riflesse del Budo di Sensei Hatsumi... ci sono superfici curve che riflettono immagini distorte e ci sono superfici perfettamente piatte che mostrano un'immagine più aderente alla realtà. Per fortuna o purtroppo, ognuno nella sua unicità vive il proprio feeling. Quando sono in Giappone, io cerco di imparare il Budo, ma cerco come tanti altri, anche di imparare a conoscere la persona, la sua unicità, il suo essere tramite perfetto tra le antiche generazioni e noi, oggi. E' semplicemente affascinante, per me è un'esperienza molto profonda e estremamente formante ogni volta.

Alessandro: prima hai citato le diverse sfumature che caratterizzano la nostra disciplina e anche il diverso taglio interpretativo che gli istruttori danno. Antico e moderno. Tradizione e autodifesa. Armonia e pragmatismo. Secondo te dov'è il punto di equilibrio?

M° Petito: Il Budo Taijutsu è un'Arte "viva", a differenza di quanti possano credere in molti, ogni singolo kata (forma) che ripetiamo per imparare una forma di difesa, ha al suo interno una linfa che pulsa e che le fa prendere ogni volta una vibrazione diversa. Come un enorme quercia, la linfa scorre dalle profonde radici nel terreno, sale attraverso il poderoso tronco ed irrora i suoi rami fino alla più piccola foglia. Se non ci fossero la tradizione e gli insegnamenti del passato a fare da solida base (radici), il Soke e tutti i suoi allievi istruttori (tronco) non riuscirebbero a portare avanti questi validi insegnamenti in giro per il mondo, nei vari dojo disseminati ai quattro angoli della Terra (chioma), dove il più giovane allievo impara a fare le ukemi (tecniche di caduta) e ripete il Kihon Happo (otto forme di base). Bisogna tenere presente una cosa, ogni albero ha una chioma 'adeguata' alle sue radici ed il suo palco non può essere troppo grande, altrimenti il tronco non riesce più a sorreggerlo... ecco che ogni albero genera rami secchi che si spezzano, altri che danno frutto ed addirittura generano altri nuovi alberi. Di casi simili ne abbiamo visti tanti negli anni, ne vedremo ancora. Il giusto equilibrio da ricercare, secondo me, è quello che ci ha portato ad oggi, a riconoscere il Budo Taijutsu come un'Arte Marziale sempre viva, in grado di essere utilizzata anche dai moderni corpi speciali, nonostante la sua matrice 'tradizionale'. Chi non capisce che la tradizione è tale perchè è rinnovata da nuova linfa ogni volta, è condannato a diventare ramo secco...

Alessandro: approfondiamo l'aspetto tecnico di quello che stai argomentando....kata di scuola, henka*. Quanto per te è importante la pratica dei primi e che valore hanno i secondi?


M° Petito: nella nostra Arte, oserei dire che il Kihon va praticato ogni giorno, anche nello studio/pratica che ciascuno di noi, secondo le proprie possibilità, fa da solo, a casa o al dojo. L'incontro con i nostri amici marziali è quello che ci consente di provare queste basi, fortificarle, correggerle e capire come queste possano costituire le fondamenta per tutto il resto. Quello che mi colpisce è che non tutti (e non mi riferisco solo ai neofiti), riescano a 'leggere' il collegamento tra un kihon kata ed una tecnica di una Scuola particolare. Imparare il Budo significa anche imparare a fare questo tipo di 'lettura' delle tecniche, per raggiungere quella maturità che ci consente di adattare la forma alla necessità corrente, a dare vita ad Henka e tenere la base "viva".

Alessandro: parlando del presente....Il livello attuale di insegnamento di Hatsumi Sensei è particolarmente elevato. Il Muto Dori** sembra essere l'emblema di qualcosa di altamente pericoloso che però in realtà fornisce i principi per gestire qualsiasi tipo di situazione. Qualcosa che sembra sospendere spazio e tempo in una linea che divide vita e morte. Eppure tutto è riconducibile alle basi...

M° Petito: credo sia il fine ultimo dello studio delle Arti Marziali, il reale motivo per cui uno pratica dalle basi tutta una serie di tecniche a mani nude e con varie armi è proprio quello intrinseco nell'ideogramma NIN: la perseveranza dell'esistenza, l'imparare ad evitare le situazioni pericolose piuttosto che allenarsi ad affrontarle di petto. Gestire i potenziali conflitti con forme naturali di controllo attraverso le 5 distanze è quello che ci consente, ad un livello naturalmente sottile ed impercettibile, di spostarci dall'altra parte del globo quando lì sta per scoppiare una bomba atomica. Questa dimensione 'magica' è quella naturale della sopravvivenza, intrinseca in ogni essere vivente e pure noi dobbiamo arrivarci percorrendo con fiducia una linea continua dalle basi fino a quel punto (ichimonji***).

Alessandro: parliamo di Bujinkan e Italia...

M° Petito: eh....due cose che amo...

Alessandro: ahahahaha questa risposta ninja verrà fedelmente riportata....ad ogni modo...

M° Petito: il percorso della Bujinkan in Italia è stato sicuramente tortuoso, ma non per questo meno fortunato di altri paesi. Il problema, secondo me, esiste solo a livello comunicativo... e la comunicazione nella Bujinkan è di fondamentale importanza. Se riuscissimo ad instaurare una buona comunicazione, non potrebbe che esserci una crescita esponenziale nelle varie città dove esiste un Dojo. Dovremmo dimenticare il nostro ego, qualche avvenimento passato e ricondurci tutti in una dimensione comunitaria dove piuttosto che al proprio, si possa pensare al bene di tutti.

Alessandro: sono assolutamente d'accordo. Questa è la vera sfida per noi ma anche per lo sviluppo delle generazioni future...vuoi dare qualche consiglio ai praticanti?

M° Petito: certo, il mio consiglio è rivolto soprattutto a quei praticanti che chiedono tanto alla Bujinkan. Se si pratica per ottenere un serio miglioramento e notare un vero cambiamento sia interno che esterno, è necessario non limitarsi all'allenamento al Dojo. Bisogna studiare, approfondire, confrontarsi, sia sulla pratica, sia sulla teoria, senza vergogna di sembrare ossessivi. Praticare seriamente nella Bujinkan significa fare un vero investimento su sé stessi.

Alessandro: grazie di cuore Maurizio per il tempo che hai dedicato a me e a chi leggerà questa intevista...le tue risposte sono veramente interessanti....

M° Petito: grazie a te Ale per avermi dato quest'opportunità, non farmi emozionare però...Mi auguro che il tuo Blog possa dare davvero una chiara visione di cosa sia per noi la Bujinkan..... *Henka: termine su cui faremo futuri approfondimenti. Henka potrebbe essere tradotto con variazione. Nella Bujinkan è il sistema di variare una tecnica adattandola alla situazione contingente quando lo richiede. Questo concetto evolve enormemente gli orizzonti di studio e la potenzialità adattiva dell'arte stessa rendendola viva. **Muto dori: letteralmente significa "combattimento senza spada" e nello specifico significa affrontare un avversario armato di spada a mani nude. Il concetto ovviamente è estendibile a qualsiasi arma ed è la massima rappresentazione di una situazione conflittuale molto difficile. Si tratta di qualcosa di complesso e nella realtà spaventosamente mortale. Tuttavia è proprio dalla comprensione di questa situazione estrema che emerge la vera essenza del combattimento e della sopravvivenza. Nella Bujinkan diverse scuole affrontano questo tema e negli ultimi anni Hatsumi Sensei usa molto questo tipo di allenamento centralizzando sempre di più moltissime sfumature della disciplina, tanto da rendere superflua una distinzione di ciò che è muto dori e ciò che non lo è, se non per scopi didattici... *** Ichimonji no kamae: (postura) appartenente primariamente alla scuolaGyokko Ryu ma presente in forme diverse in numerose altre scuole con variazioni posturali o di nome (es.: nella Koto ryu viene chiamataSeigan).  Si tratta di questo kamae (qua meravigliosamente interpretato da Hatsumi Sensei):





Ichi significa uno e nella scrittura giapponese si fa con una linea orizzontale (invece della nostra verticale). Linea che potete ben inquadrare a partire dalla spalla collocata posteriormente fino alla punta della mano protesa di Sensei.  Il riferimento di Maurizio è metaforicamente al proseguimento di questa linea vettoriale che indica (e costantemente accompagna) il percorso del praticante negli anni di studio...wow La nota curiosa che voglio aggiungere è sottolineare come si vedono le origini cinesi di questa scuola attraverso questa posizione. Infatti sono  ravvisabili posizioni con proporzioni similari in stili cinesi che ne fanno un uso (suppongo) maggiormente goniometrico ma prevalentemente statico (es: wing chun) mentre per noi potremmo definirlo proprio un vettore per il mantenimento e la gestione della distanza. Non a caso  il primo kata che si studia prende il nome da questo kamae e in generale è di un importanza centrale per l'apprendimento del budo taijutsu.




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