• Alessandro Vadalà

Condividendo il DO - Intervista al M° Maurizio Petito, Bujinkan Shihan 15° dan

Aggiornato il: feb 7





Sono contento per due ragioni. La prima è che apriamo ufficialmente l'appuntamento delle interviste a Maestri ed istruttori di Budo Taijutsu. La seconda è che iniziamo con una delle persone tra le più qualificate sul territorio italiano. Maurizio è un amico ancor prima che "collega" e dopo  anni di scambi sul tatami, allenamenti e anche qualche viaggio in Giappone, ci siamo trovati nella formula inedita di intervistatore ed intervistato per approfondire alcune tematiche fondamentali del Budo Taijutsu. Gioco di ruolo in cui ho avuto la conferma di quello che già sapevo: Maurizio è un budoka di spessore e in questa intervista si dimostra anche un ottimo comunicatore.Lo ringrazio inoltre perchè ha sottratto del tempo alle sue vacanze per fare questa intervista, dando il suo prezioso contributo all'avvio di questa sezione del blog.  Consiglio ai praticanti di qualsiasi livello e interessati alla disciplina di spendere 5 minuti per leggere le risposte di Maurizio, che sono tutt'altro che banali...... Ho aggiunto qualche nota per rendere maggiormente comprensibili alcuni dei termini e concetti da noi utilizzati durante questo scambio.... Maurizio insegna Napoli al Polifunzionale di Soccavo, Via Adriano, Napoli, il martedì ed il venerdì dalle 20.15 alle 21.45.Inoltre tiene anche dei corsi istruttori mensili anche per fuori sede. Tutte le info le potete trovare qua:

Alessandro: cominciamo con una domandina semplice semplice, Maurizio cos'è per te il Budo Taijutsu?

M° Petito: meno male che abbiamo detto semplice! ...un metodo, creato dal nostro amato Soke, per trasmettere gli insegnamenti di vita, attraverso il punto di vista delle arti marziali, con lo scopo di ottenere un miglioramento continuo di sè stessi...

Alessandro: beh te la sei cavata, in 3 righe hai dato una definizione notevole....quali sono seconto te i giovamenti che porta? quale è secondo te il valore aggiunto di questa disciplina?

M° Petito: la bellezza e la profondità degli insegnamenti trasmessi dal Soke sono fruibili da ciascuno secondo le proprie possibilità. C'è chi si accontenta di imparare un sistema di autodifesa, chi è affascinato dalla tradizione e dall'immagine dei guerrieri giapponesi e chi invece riesce ad ottenere una vera e propria rivoluzione nella propria vita, cambiando il modo di camminare, respirare, avvicinarsi agli altri e guardare la propria immagine riflessa allo specchio...ognuno ha le proprie capacità, un potenziale, poi il proprio spirito permette di affinare le proprie abilità secondo questo potenziale (Saino, Kon, ki).

Alessandro: ogni tua risposta vede citato Soke Hatsumi. Io e te siamo stati compagni di numerosi viaggi in Giappone.....qual è, secondo te, il feeling durante le lezioni di Sensei?

M° Petito: eh... vedi, ci sono tante persone che hanno avuto (ed hanno tuttora) la fortuna di aver instaurato con il Soke un rapporto complesso, attraverso gli anni, fatto di occasioni di apprendimento, lunghe discussioni, pranzi assieme, confronti da Maestro ad allievo, come ad esempio i nostri cari Giuseppe ed Aurelio Costa.... io non ho mai avuto l'onore, se non saltuariamente, di condividere con loro alcuni di questi momenti, al di là delle lezioni collettive all'Hombu dojo, ma in conclusione mi sono fatto una mia idea.Lui è sempre lì, tra alti e bassi, c'è per tutti, come una fontana da cui sgorga sempre conoscenza, di cose ce ne ha trasmesse negli anni, con i suoi libri, i suoi infiniti video ed attraverso le esperienze ed i racconti dei nostri maestri. Noi siamo tutti immagini riflesse del Budo di Sensei Hatsumi... ci sono superfici curve che riflettono immagini distorte e ci sono superfici perfettamente piatte che mostrano un'immagine più aderente alla realtà. Per fortuna o purtroppo, ognuno nella sua unicità vive il proprio feeling. Quando sono in Giappone, io cerco di imparare il Budo, ma cerco come tanti altri, anche di imparare a conoscere la persona, la sua unicità, il suo essere tramite perfetto tra le antiche generazioni e noi, oggi. E' semplicemente affascinante, per me è un'esperienza molto profonda e estremamente formante ogni volta.

Alessandro: prima hai citato le diverse sfumature che caratterizzano la nostra disciplina e anche il diverso taglio interpretativo che gli istruttori danno. Antico e moderno. Tradizione e autodifesa. Armonia e pragmatismo. Secondo te dov'è il punto di equilibrio?

M° Petito: Il Budo Taijutsu è un'Arte "viva", a differenza di quanti possano credere in molti, ogni singolo kata (forma) che ripetiamo per imparare una forma di difesa, ha al suo interno una linfa che pulsa e che le fa prendere ogni volta una vibrazione diversa. Come un enorme quercia, la linfa scorre dalle profonde radici nel terreno, sale attraverso il poderoso tronco ed irrora i suoi rami fino alla più piccola foglia. Se non ci fossero la tradizione e gli insegnamenti del passato a fare da solida base (radici), il Soke e tutti i suoi allievi istruttori (tronco) non riuscirebbero a portare avanti questi validi insegnamenti in giro per il mondo, nei vari dojo disseminati ai quattro angoli della Terra (chioma), dove il più giovane allievo impara a fare le ukemi (tecniche di caduta) e ripete il Kihon Happo (otto forme di base). Bisogna tenere presente una cosa, ogni albero ha una chioma 'adeguata' alle sue radici ed il suo palco non può essere troppo grande, altrimenti il tronco non riesce più a sorreggerlo... ecco che ogni albero genera rami secchi che si spezzano, altri che danno frutto ed addirittura generano altri nuovi alberi. Di casi simili ne abbiamo visti tanti negli anni, ne vedremo ancora. Il giusto equilibrio da ricercare, secondo me, è quello che ci ha portato ad oggi, a riconoscere il Budo Taijutsu come un'Arte Marziale sempre viva, in grado di essere utilizzata anche dai moderni corpi speciali, nonostante la sua matrice 'tradizionale'. Chi non capisce che la tradizione è tale perchè è rinnovata da nuova linfa ogni volta, è condannato a diventare ramo secco...

Alessandro: approfondiamo l'aspetto tecnico di quello che stai argomentando....kata di scuola, henka*. Quanto per te è importante la pratica dei primi e che valore hanno i secondi?


M° Petito: nella nostra Arte, oserei dire che il Kihon va praticato ogni giorno, anche nello studio/pratica che ciascuno di noi, secondo le proprie possibilità, fa da solo, a casa o al dojo. L'incontro con i nostri amici marziali è quello che ci consente di provare queste basi, fortificarle, correggerle e capire come queste possano costituire le fondamenta per tutto il resto. Quello che mi colpisce è che non tutti (e non mi riferisco solo ai neofiti), riescano a 'leggere' il collegamento tra un kihon kata ed una tecnica di una Scuola particolare. Imparare il Budo significa anche imparare a fare questo tipo di 'lettura' delle tecniche, per raggiungere quella maturità che ci consente di adattare la forma alla necessità corrente, a dare vita ad Henka e tenere la base "viva".

Alessandro: parlando del presente....Il livello attuale di insegnamento di Hatsumi Sensei è particolarmente elevato. Il Muto Dori** sembra essere l'emblema di qualcosa di altamente pericoloso che però in realtà fornisce i principi per gestire qualsiasi tipo di situazione. Qualcosa che sembra sospendere spazio e tempo in una linea che divide vita e morte. Eppure tutto è riconducibile alle basi...

M° Petito: credo sia il fine ultimo dello studio delle Arti Marziali, il reale motivo per cui uno pratica dalle basi tutta una serie di tecniche a mani nude e con varie armi è proprio quello intrinseco nell'ideogramma NIN: la perseveranza dell'esistenza, l'imparare ad evitare le situazioni pericolose piuttosto che allenarsi ad affrontarle di petto. Gestire i potenziali conflitti con forme naturali di controllo attraverso le 5 distanze è quello che ci consente, ad un livello naturalmente sottile ed impercettibile, di spostarci dall'altra parte del globo quando lì sta per scoppiare una bomba atomica. Questa dimensione 'magica' è quella naturale della sopravvivenza, intrinseca in ogni essere vivente e pure noi dobbiamo arrivarci percorrendo con fiducia una linea continua dalle basi fino a quel punto (ichimonji***).

Alessandro: parliamo di Bujinkan e Italia...

M° Petito: eh....due cose che amo...

Alessandro: ahahahaha questa risposta ninja verrà fedelmente riportata....ad ogni modo...

M° Petito: il percorso della Bujinkan in Italia è stato sicuramente tortuoso, ma non per questo meno fortunato di altri paesi. Il problema, secondo me, esiste solo a livello comunicativo... e la comunicazione nella Bujinkan è di fondamentale importanza. Se riuscissimo ad instaurare una buona comunicazione, non potrebbe che esserci una crescita esponenziale nelle varie città dove esiste un Dojo. Dovremmo dimenticare il nostro ego, qualche avvenimento passato e ricondurci tutti in una dimensione comunitaria dove piuttosto che al proprio, si possa pensare al bene di tutti.

Alessandro: sono assolutamente d'accordo. Questa è la vera sfida per noi ma anche per lo sviluppo delle generazioni future...vuoi dare qualche consiglio ai praticanti?

M° Petito: certo, il mio consiglio è rivolto soprattutto a quei praticanti che chiedono tanto alla Bujinkan. Se si pratica per ottenere un serio miglioramento e notare un vero cambiamento sia interno che esterno, è necessario non limitarsi all'allenamento al Dojo. Bisogna studiare, approfondire, confrontarsi, sia sulla pratica, sia sulla teoria, senza vergogna di sembrare ossessivi. Praticare seriamente nella Bujinkan significa fare un vero investimento su sé stessi.

Alessandro: grazie di cuore Maurizio per il tempo che hai dedicato a me e a chi leggerà questa intevista...le tue risposte sono veramente interessanti....

M° Petito: grazie a te Ale per avermi dato quest'opportunità, non farmi emozionare però...Mi auguro che il tuo Blog possa dare davvero una chiara visione di cosa sia per noi la Bujinkan..... *Henka: termine su cui faremo futuri approfondimenti. Henka potrebbe essere tradotto con variazione. Nella Bujinkan è il sistema di variare una tecnica adattandola alla situazione contingente quando lo richiede. Questo concetto evolve enormemente gli orizzonti di studio e la potenzialità adattiva dell'arte stessa rendendola viva. **Muto dori: letteralmente significa "combattimento senza spada" e nello specifico significa affrontare un avversario armato di spada a mani nude. Il concetto ovviamente è estendibile a qualsiasi arma ed è la massima rappresentazione di una situazione conflittuale molto difficile. Si tratta di qualcosa di complesso e nella realtà spaventosamente mortale. Tuttavia è proprio dalla comprensione di questa situazione estrema che emerge la vera essenza del combattimento e della sopravvivenza. Nella Bujinkan diverse scuole affrontano questo tema e negli ultimi anni Hatsumi Sensei usa molto questo tipo di allenamento centralizzando sempre di più moltissime sfumature della disciplina, tanto da rendere superflua una distinzione di ciò che è muto dori e ciò che non lo è, se non per scopi didattici... *** Ichimonji no kamae: (postura) appartenente primariamente alla scuolaGyokko Ryu ma presente in forme diverse in numerose altre scuole con variazioni posturali o di nome (es.: nella Koto ryu viene chiamataSeigan).  Si tratta di questo kamae (qua meravigliosamente interpretato da Hatsumi Sensei):





Ichi significa uno e nella scrittura giapponese si fa con una linea orizzontale (invece della nostra verticale). Linea che potete ben inquadrare a partire dalla spalla collocata posteriormente fino alla punta della mano protesa di Sensei.  Il riferimento di Maurizio è metaforicamente al proseguimento di questa linea vettoriale che indica (e costantemente accompagna) il percorso del praticante negli anni di studio...wow La nota curiosa che voglio aggiungere è sottolineare come si vedono le origini cinesi di questa scuola attraverso questa posizione. Infatti sono  ravvisabili posizioni con proporzioni similari in stili cinesi che ne fanno un uso (suppongo) maggiormente goniometrico ma prevalentemente statico (es: wing chun) mentre per noi potremmo definirlo proprio un vettore per il mantenimento e la gestione della distanza. Non a caso  il primo kata che si studia prende il nome da questo kamae e in generale è di un importanza centrale per l'apprendimento del budo taijutsu.





ENGLISH

I’m glad for two reasons. The first is that we are officially opening the interviews to teachers and instructors of Budo Taijutsu. The second is that we are starting with one of the most qualified people on the Italian territory. Maurizio is a friend even before a “coworker” and after years of meetings on tatami, trainings and travels to Japan, we found ourselves as interviewer and interviewed to deepen some fundamental thematic about Budo Taijutsu. A roleplay in which I had a confirmation of what I already knew: Maurizio is a budoka of substance and in this interview he proved himself to be a great communicator. I thanked him as well for taking some time out of his vacations to do this interview, giving his precious contribution to the beginning of this section of the blog. I suggest practitioners of every level and interested in the topic to spend 5 minutes to read Maurizio’s answers, that are everything but obvious… I added some notes to make some words or concepts we used easier to understand.

Maurizio teaches In Naples at Polifunzionale di Soccavo, Via Adriano, Napoli, on Tuesday and Fridays from 8.45 to 9.45 pm. He also keeps courses for instructors on a monthly bases also for transfers. All the infos here


Alessandro: let’s begin with an easy question. Maurizio, what is Budo Taijutsu for you?


M° Petito: good thing we said easy! …it’s a method, created by our beloved Soke, to pass life teachings, from the point of view of a martial art, to keep improving ourselves…


Alessandro: well you handled it fine, in 3 lines you gave a remarkable definition… what benefits do you think it brings? What do you think is the value that lies in this discipline?


M° Petito: the beauty and the depth of Soke’s teaching are reachable by everyone according to everyone’s possibilities. Someone might be happy to learn a self-defense system, someone is fascinated by traditions and the imaginary of the Japanese warriors and someone else manage to get a real life revolution, changing their way of walking, breathing, approach people and looking at their image at the mirror… everyone has their own ability, a potential, then their spirit allows them to improve their abilities according to this potential (Saino, Kon, ki).


Alessandro: in all your answers I see mentioned Soke Hatsumi. You and I have been traveling companions in multiple journeys to Japan… what do you think is the feeling during Sensei’s classes?


M° Petito: well… there are a lot of people that had (and still have) the luck to have a complex relationship with Soke, instaured during the years, made of chances of learning, long discussions, lunches together, teacher-students confrontations, as for example our dear Giuseppe and Aurelio Costa… I never had the honor, if not occasionally, to share with them these moments, except from the collective lessons at the Hombu dojo, but at the end of the day I have my own idea. He is always there, in good and bad times, for everyone, like a fountain from which knowledge flows, and he transmitted a lot to us during the years, with his books, his videos and through the experiences and stories of our teachers.

We are all reflected images of Sensei Hatsumi’s Budo… there are curve surfaces that reflects distorted images and there are perfectly flat surfaces that show a more faithful to reality images. Fortunately, or unfortunately, everyone lives its feeling in its unicity. When I’m in Japan I try to learn Budo, but like many others, also to get to know the person, his unicity, his being a perfect through between old generations and us, today. It’s simply fascinating, for me it is a very deep experience and extremely forming every time.


Alessandro: you mentioned earlier the different shades that characterize our discipline and the different possibilities for interpretation that instructors give. Ancient and modern. Tradition and self-defense. Harmony and pragmatism. Where do you think the point of balance is?


M° Petito: Budo Taijutsu is a “living” art, despite what many people can believe, every single kata (form) that we repeat to learn a form of defense, has inside a lymph that pulsates and that everytime makes it take a different vibration. Like an oak, the lymph moves from the root in the ground through the trunk and flows through the branches until it reaches the smallest leaf. If there weren’t the traditions and the teachings from the past to make a solid base (root), the Soke and all his students instructors (trunk) wouldn’t be able to carry this teachings around the world, in the dojos placed in the four corner of the earth (leaves), where the youngest student learns to do ukemi (falling techniques) and repeats the kion happo (eight basic forms). You have to consider one thing, every tree as leaves adequate to its root and its foliage can’t be too big or the trunk wouldn’t be able to carry it… this is how every tree generates dead woods that break and others that give fruit and even generates new trees. We have seen many of those in the years and we will see more for sure. The right balance, I think, is what brought us today to recognizing Budo Taijutsu as a Martial Art always alive, capable of being utilized even in special corps, despite its “traditional” matrix. Who doesn’t understand that tradition is what it is because it is renewd every time by new lymph is destined to become a dead wood…


Alessandro: let’s focus on the technical aspect of what you are argumenting… school’s kata, henka*. How important is to you the practice of the firsts and what value do the second have?


M° Petito: in our Art, I dare say Kihon needs to be practiced every day, even in the study/practice that each one of us does, according to our possibilities, by themselves at home or dojo. The meeting with our martial friends is what allow us to try this bases out, to fortify them, correct them and understand how they can be the fundament for everything else. What strikes me is that not everyone (and I’m not talking just about the beginners) can “read” the connection between a kion kata and a particular School technique. Learning Budo means also learn to do this kind of “read” of the techniques, to reach the maturity that allows us to adapt the form to the necessity of the moment, to give life to Henka while keeping the bases “alive”.


Alessandro: talking about the present… The actual level of teaching of Hatsumi Sensei is really high. Muto Dori seems to be the emblem of something extremely dangerous that actually gives us the principle to handle any kind of situation. Something that seem to suspend space and time in a line that separates life from death. But everything can be brought back to the basis…


M° Petito: I believe that is the ultimate purpose of the study of Martial Arts, the real reason why someone practice starting from bases a series of techniques with or without weapons is what is inside the ideogram NIN: perseverance of existence, learning to avoid dangerous situations instead of training to confront them. Handling potential conflicts with the natural forms of control using the 5 distances is what allow us, in a naturally thin and hard to perceive level, to move to the other side of the globe when an atomic bomb is about to blow there. This “magical” dimension is the natural survival, inside every living being and we have to get there, following with trust the straight line from the bases (ichimonji***).


Alessandro: let’s talk about Bujinkan and Italy…


M° Petito: two things that I love…


Alessandro: ahahahaha this ninja answer will be faithfully reported… anyway…


M° Petito: Bujinkan’s path in Italy has been definitely tortuous but not less fortunate than other countries’. The problem, in my opinion, is only the dimension of communication… and communication is fundamental in Bujinkan. If we could establish a good communication, there would be an exponential growth in all the city where a dojo exists. We should all forget our ego, some past event and get to a communitarian dimension where we can think about everyone’s sake instead of our own.


Alessandro: I absolutely agree. This is the real challenge for us, but also for the future generations… do you want to give practitioners some advice?


M° Petito: absolutely. My advice is especially for those who ask a lot from Bujinkan. If you practice to have a serious improvement and to notice a true change both inside and outside ourselves, we can not limite ourselves to the training at the dojo. We need to study, deepen, confront with each other on theory and practice without being afraid of looking obsessive. Practice seriously in Bujinkan means a true investment on ourselves.


Alessandro: thank you very much Maurizio for the time you gave me and whoever is going to read this interview… your answers are truly interesting…


M° Petito: thank you Ale to give me this opportunity, don’t make me get emotional though… I hope your blog can give a clear vision of what is Bujinkan to us…



*Henka: word we are going to deepen in the future. Henka could be translated as “variation”. In Bujinkan it’s the system of changing a technique to adapt it at the situation when needed. This concept greatly evolves the horizons of study and the adaptive potentiality of the Art itself, making it alive.

**Muto Dori: literally: “fight without a sword”, more specifically means fighting an opponent with a sword without a weapon. The concept is obviously extendable to any weapon and it is the highest representation of a very difficult to handle situation. It is something very complex and frightening mortal. Anyway, it is exactly in the understanding of this extreme situation that the true essence of the fight and of the survival comes out. In Bujinkan many schools address this topic and in the last few years Hatsumi Sensei uses this kind of training a lot, centralizing every day more many shades of the discipline, to the point of making pointless a distinction of what is muto dori and what isn’t, if not just for didactic purpose.

*** Ichimonji no kamae: (posture) belonging primarely to the school Gyokko Ryu but present in various forms in many other schools with slight different postures or names (es.: in Koto ryu it’s called Seigan). It is this kamae (here beautifully shown by Hatsumi Sensei):


Ichi means one and in Japanese it’s written as a horizontal line (instead of our vertical one). Line that you can clearly see starting from the shoulder on the back until the outstretched hand of Sensei. Maurizio’s mention is metaphorically the follow up of this vectorial line that points (and accompanies) the path pf the practitioner in the years of study… wow. The curious part that I’d like to point out are the Chinese origins of this school that can be seen in this technique. It is possible to find positions with similar proportions in Chinese styles that use (I suppose) a more goniometric but mostly static (es: wing chun) while we could describe it as a vector for the maintenance and management of distance. It’s not a coincidence that the first kata we study gets its name from this kamae and it is a central point in learning Budo Taijutsu.

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CONTATTI:

Alessandro Vadalà Dai Shihan

Tel: 334 975 1847

info@bujinkan-milano.com

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