• Alessandro Vadalà

Una sera a lezione da Hatsumi...

Aggiornato il: feb 7



Pier è una "zenshin face" ed è un promettente Shodan (1° Dan). Qua lo vedete ritratto nel nostro dojo...(foto by Martina)

Quest'anno è venuto con me in Giappone e quest'estate è tornato per un viaggio turistico con la moglie. Ovviamente è stato "spinto" da me ad andare all'Honbu dojo per fare una lezione con Hatsumi Sensei. Di seguito alcune sue note di quella lezione.

Per me è del tutto normale invitare le persone a sfruttare queste e altre occasioni. Come ad esempio quelle di poter visitare altri istruttori in altri paesi del mondo. Essere autonomi e liberi nella coltivazione del proprio Budo è fondamentale. Coloro che vestono i panni degli "special one" e quelli che non sono aperti alla diversità e al confronto, nascondo semplicemente la loro debolezza e l'incapacità di ascoltare nel profondo gli insegnamenti di Hatsumi Sensei, che ha fatto del Budo qualcosa di ampiamente cosmopolita e da condividere. Quindi il mio consiglio a tutti i praticanti....allenatevi, girate, visitate istruttori diversi e assorbitene le diverse sfumature...arricchiranno voi, i vostri compagni e il vostro istruttore stesso....libertà e rispetto.


Grazie Pier per le tue parole, sono intrise di "gokui" (essenza) e di spunti di riflessione...


Mi aggancio alla prima lezione dell'anno per riportare la mia recente esperienza. Sono stato in Giappone per 15 giorni, una visita turistica durante la quale sono riuscito a ritagliarmi una sera per partecipare ad una lezione del Soke.

Durante il percorso da Ginza (quartiere lussuoso di Tokyo NDR) al Dojo ero piuttosto nervoso, insomma, stavo andando da solo e non sapevo chi avrei potuto incontrare. Il tempo di arrivare sul tatami, prendere posto e fare un po' di stretching, quando arriva un signore gentilissimo che mi chiede "Are you alone?". Pace interiore, da quel momento mi sono sentito a casa.


Quella sera il Soke comincia con il mostrarci una derivazione di Gyaku Tsuki. Facile? Sarebbe pura arroganza pensare che sia semplice. La partenza è una tecnica base da cui sviluppare il significato di Muto Dori. Già perchè cosa vuol dire Muto Dori? La prima definizione che mi viene in mente è quella scolastica, "difesa a mani nude contro un nemico armato di spada".

Guardando Hatsumi, però, mi rendo conto che è solo la punta dell'iceberg. Preferisco pensare a Muto Dori come all'approccio più efficacie per contrastare situazioni di svantaggio. Se fossi nella situazione di essere armato di spada ed essere attaccato alle spalle da un nemico a mani nude, mi troverei nella situazione di seguire comunque i principi di Muto Dori.


Andando più a fondo, quello che sono riuscito a estrapolare dalla lezione del Soke è che Muto Dori rappresenta la forma omnicomprensiva del Budo Taijustu; infatti si declina sul controllo (totale) dell'avversario attraverso:

- lo spazio

- il movimento

- l'equilibrio


Così facendo, ci spiega Hatsumi, andiamo incontro ad una forma di comunicazione molto diretta con l'avversario. Per utilizzare a nostro vantaggio questa condizione (visto che partiamo da una condizione di svantaggio), occorre NON comunicare... Ecco qui le cose diventano difficili. La tecnica è efficace quando non comunica ma disorienta, crea lo spazio vuoto verso cui l'avversario viene invitato ad andare naturalmente. Si tratta quindi di un controllo esercitato senza intenzionalità.


A questo punto Hatsumi aggiunge un altro tassello fondamentale. Esegue dei Muto Dori, ci lascia provare (disperare più che altro) per un po', e poi tira le orecchie a tutti: non dobbiamo scimmiottare le sue mosse, non ha senso (e neppure ci riusciremo mai). Il concetto che dobbiamo capire è che Muto Dori deve diventare il nostro naturale modo di essere, dobbiamo mettere da parte intenzionalità e conflittualità e lasciar fluire in modo naturale. L'avversario non sarà in grado di recepire comunicazione da parte nostra e di conseguenza saremo in grado di manovrarlo senza esercitare intenzionalità; che poi è un principio di vita.


Volendo schematizzare:

1. Naturalezza

2. Senza pensiero ma solo azione

3. Senza intenzione (manifesta)






ENGLISH


Pier is a “zenshin face” and a promising Shodan (1° Dan). Here you can see him in our Dojo (picture by Martina).

This year he traveled with me to Japan and this summer he came back for a touristic journey with his wife. He was obviously “pushed” by me to go to Honbu Dojo to take a lesson with Hatsumi Sensei. Following you’ll find some notes of his of that lesson.

For me it is absolutely normal to invite people to take advantage of these occasions, as for example the chance to visit other instructors around the world. Being independent and free in the cultivation of their own Budo is fundamental. Those who dresses as the “special ones” and those who aren’t open to diversity and to confrontation are just hiding their own weakness and inability to listen, deep down, to Hatsumi Sensei’s teacning, that made sure Budo became something extremely cosmopolitan and to share. So my advice to all the practiotioners… train, travel, visit different instructors and learn their colours. They’ll enrichen you, your classmates and your instructor. Freedom and respect.



Thank you Pier for your words, they are filled of “gokui” (essence) and insights…


I’m continuing the topic started the first lesson of the year to share my recent experience. I’ve been in Japan for 15 days, a touristic journey during which I managed to find an evening to attend to a Soke’s class.

During the journey from Ginza (luxurious district in Tokyo, NdR) to the Dojo I was very nervous, I mean, I was going by myself and I didn’t know who I was going to find. By the time I arrived on the tatami and found a spot to do some stretching a really nice man arrived and asked me “Are you alone?”. Interior peace, from that moment on I felt at home.


That evening Soke began with showing us a derivation of Gyaku Tsuki. Easy? Would be extremely arrogant to think that is easy. The beginning is a way to develop the meaning of Muto Dori. Exactly, what does Muto Dori even mean? The first definition that comes to mind is the scholastic one, “unarmed defense against an enemy armed with a sword”. Looking at Hatsumi though, I noticed that this is just the tip of the iceberg. I’d prefer to think of Muto Dori as the most effective way to balance situations of disadvantage. If I were in the condition of having a sword and being attacked at my back by an unarmed enemy, I would still be in the situation to follow Muto Dori principles.


Looking deeper, what I managed to extrapolate from Soke’s class was that Muto Dori represents the most omni comprehensive form of Budo Taijutsu: it is infact based on total control over the adversary using:

- Space

- Mouvement

- Balance


By doing this, explains Hatsumi, we move towards a very direct form of communication with the adversary. To use this to our advantage (since we are starting from a condition of disadvantage), we need to NOT communicate… That’s where things get difficult. Technique is effective when it doesn’t communicate, it disorients, and it creates an empty space in which the adversary is invited to go naturally. It is a form of control done without intention.


At this point Hatsumi adds another fundamental piece of the puzzle. He does some Muto Dori, he let us try (and despair) for a while and then reproaches everyone: we are not supposed to imitate him, it doesn’t make any sense (and we will never make it). What we need to understand is that Muto Dori needs to become our natural way of being, we need to set aside intentions and conflicts and as a direct consequence we will be free to move it without intentions; this is a way of life.


To summarize:

1. Naturalness

2. No thought, just action

3. No intention (manifest)



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Alessandro Vadalà Dai Shihan

Tel: 334 975 1847

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